Dall’eterno Dzeko al pararigori "antifa". Ma il gioiello di Bosnia è il baby Alajbegovic
“L'articolo descrive la partita di calcio tra Italia e Bosnia, evidenziando le storie dei giocatori e l'importanza della competizione per entrambe le nazionali.”
Martedì a Zenica non si gioca solo una partita, ma una resa dei conti con la memoria. Chi vince va al Mondiale, chi perde torna a contare gli anni. L’Italia lo sa: l’ultima volta era il 2014, la 19esima presenza. Per la Bosnia, invece, fu la prima volta, una scoperta quasi timida del grande palcoscenico. In mezzo a tutto questo, c’è un uomo che sembra essersi sottratto al logorio del tempo. Edin Dzeko è la memoria vivente di un calcio che non vuole arrendersi. Quaranta anni portati come una sfida personale, 147 presenze e 73 gol con la nazionale, 460 reti ufficiali sparse per l’Europa come briciole di grandezza: da gennaio, con le sue reti, ha portato lo Schalke 04 in vetta alla B tedesca. Attorno a lui, una Bosnia che non ha il lusso dell’abbondanza ma conosce il valore della resistenza. I rigori contro il Galles sono stati una prova di nervi. E lì è emerso Nikola Vasilj, 30 anni e mani che non tremano. Due penalty parati, come se il destino avesse bussato due volte e lui avesse sempre detto no. In Germania, con il St. Pauli, squadra di estrema sinistra, è diventato un portiere di affidabilità feroce: 5 rigori neutralizzati su 7, numeri che non sono soltanto fortuna. Davanti a lui…
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