Gino Paoli ci ha lasciato le canzoni, ma non sono quelle che state canticchiando
“L'articolo è una riflessione personale sull'eredità musicale di Gino Paoli e il suo impatto sulle generazioni successive, senza contenuti politici.”
In una canzone di molti anni fa, Lorenzo Jovanotti diceva «se io fossi capace, scriverei “Il cielo una stanza”». Nel coccodrillo di oggi, se fossi coraggiosa, io scriverei «“Il cielo in una stanza” è una cagata pazzesca», semicitando un altro genovese anche lui non esattamente famoso per la simpatia.
La prima volta che ho incontrato Ornella Vanoni, le ho chiesto quale fosse la più bella canzone del Novecento italiano. Lei ha detto “Sapore di sale”, e io ho pensato che la mia regola che gli autori non capiscano mai nulla delle loro opere andava allargata: anche le ex fidanzate degli autori non capiscono nulla.
L’unico consumo culturale che ho ereditato da mia madre è stato Gino Paoli, che però non era il mio stesso Gino Paoli. Il suo era quello di “Sapore di sale”, del “Cielo in una stanza”, di “Senza fine”, della “Gatta”, di “Sassi”. Il Gino Paoli di quando lei aveva vent’anni e lui non molti di più.
La generazione dei miei genitori (e di Gino Paoli, e della Vanoni) è stata l’ultima di due mondi fa. L’ultima a non avere il pop alle medie. Quando Modugno spalanca le braccia e in Italia inizia il pop, i miei stanno finendo il liceo. Erano affezionati alle canzonette dei vent’anni…
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