I corsari cyber che Washington non vuole, ma non esclude
“L'articolo esplora l'idea di autorizzare aziende private a condurre operazioni offensive nel cyberspazio, in linea con la strategia cyber dell'amministrazione Trump, evidenziando le implicazioni politiche di tale approccio.”
Washington, D.C. Le lettere di corsa erano documenti firmati da un sovrano che autorizzavano un privato – tipicamente il comandante di una nave armata – ad attaccare le imbarcazioni nemiche e a trattenere il bottino. Non pirati, almeno non formalmente: corsari, cioè irregolari con copertura di Stato. La distinzione era giuridica più che pratica. Il corsaro operava per conto della corona, ne condivideva gli obiettivi strategici, ne riceveva l’immunità. In caso di cattura, poteva invocare lo status di combattente. Il pirata no. La pratica fu codificata nel diritto internazionale e poi abolita con la Dichiarazione di Parigi del 1856, firmata dalle principali potenze europee dopo la guerra di Crimea. Gli Stati Uniti non la firmarono mai – dettaglio che torna utile ogni volta che qualcuno vuole riaprire il dossier.
E qualcuno lo ha voluto fare. Negli ultimi mesi, qui a Washington, è circolata con crescente insistenza l’idea di applicare la logica delle lettere di corsa al dominio cibernetico: autorizzare aziende private a condurre operazioni offensive contro reti nemiche, in coordinamento con il governo federale. La pressione viene da un contesto preciso. La strategia cyber dell’ammini…
