Il sindaco di New York, sua moglie, e i campi beghini di battaglia culturale
“L'articolo offre una riflessione personale sull'evoluzione dei social media e sulla libertà di espressione nel contesto attuale, confrontando il passato con il presente.”
Quando ero una ragazzina non esistevano i social, non esisteva YouTube, non esistevano i telefoni con la telecamera. Sono cose di cui io e chiunque abbia più o meno la mia età ringraziamo ogni giorno prima e dopo i pasti, perché inalienabile diritto d’un essere umano dovrebbe essere non far sapere al mondo cosa dice, fa, pensa prima che il cervello gli si sia finito di formare.
Mi iscrissi a Twitter nell’estate del 2007. Non era il primo social – c’era stato MySpace, cui i più disadattati dei miei coetanei si erano prontamente iscritti – ma era il primo che provassero a usare gli adulti della mia generazione. Era agosto: avrei compiuto 35 anni due mesi dopo.
A 35 anni mia nonna aveva tre figli. Io ero una trentacinquenne di questo secolo: non avevo la più pallida idea di chi fossi. In più c’è un’altra cosa che abbiamo dimenticato quando siamo stati rapiti dai moralismi ideologici: che in quei primi anni l’internet era un posto libero.
Gente famosa che adesso non emette in pubblico una sillaba senza aver fatto tre riunioni con la comunicazione parlava, allora, su Twitter come parla a cena con gli amici. Ogni tanto ci diciamo, con amici: ti ricordi quando usavamo i social? Non per…
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