Politica Interna

La sconfitta di Meloni e la fine del riformismo costituzionale

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Linkiesta
Francesco Cundari·24 marzo 2026 alle 06:00
ARTICOLO

L'articolo discute la sconfitta di Giorgia Meloni e critica l'idea di riformismo costituzionale, sottolineando l'importanza della stabilità delle regole in una democrazia liberale.

Come al solito, un minuto dopo la certificazione della sconfitta, tutti ricordano i numerosi precedenti analoghi e si domandano come sia mai potuto venire in mente a Giorgia Meloni di lanciarsi in un simile azzardo. Compresi quelli che l’avevano applaudita e invitata a proseguire sulla stessa strada già imboccata dagli sfortunati predecessori. Ma chissà che non sia davvero la volta buona per liberarci di questa trentennale ossessione del cosiddetto riformismo costituzionale, espressione che in un paese civile dovrebbe essere considerata un ossimoro, essendo la certezza e la stabilità delle regole, e tanto più delle regole fondamentali scritte nella costituzione, la base di qualunque democrazia liberale degna di questo nome.

Non dico che non abbia ragione Christian Rocca (e non solo perché dirige la pregiata testata che pubblica questa newsletter) quando scrive che Meloni ha pagato la subordinazione a Donald Trump, e il fatto che negli ultimi tempi Trump abbia dimostrato chiaramente di essere Trump: certamente ha pesato anche quello, con la guerra e l’inflazione, ma io penso che sarebbe finita allo stesso modo anche se alla Casa Bianca ci fosse stato ancora Joe Biden e non ci fosse…

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