Disertori del tempo e acrobati dell’assurdo: la letteratura di Giacopini e Bontempelli scava tra le macerie
“L'articolo analizza l'opera di Vittorio Giacopini, evidenziando la sua capacità di esplorare la storia e la memoria attraverso la letteratura, senza implicazioni politiche dirette.”
L’Italia di oggi è un Paese che ha smarrito il senso della memoria e, con esso, quello del ritmo. Si corre per restare immobili. In questo panorama di macerie culturali e riflessi condizionati, due operazioni editoriali diverse per natura ma ugualmente necessarie ci ricordano cosa significhi davvero scrivere: non riempire spazi, ma scavare solchi.
Vittorio Giacopini architetta un dispositivo narrativo, e ottico, a doppia lente. Da una parte il Seicento, il fango e la peste della Guerra dei Trent’anni; dall’altra un 2032 che più che un possibile futuro, sembra un presente ipertrofico e mutilato, asserragliato in un falansterio su viale Togliatti. In ogni altro tempo è Pace (Nutrimenti), Giacopini opera una vera e propria anatomia della Storia. La sua scrittura è colta, sagace, quasi barocca per precisione e ricchezza. Non subisce il fascino del passatismo, ma usa il linguaggio per scolpire personaggi che sono, allo stesso tempo, maschere filosofiche e uomini in carne e ossa. La Compagnia degli Impagliatori o il mercante d’armi filosofo più che comprimari in questa storia totale appaiono come frammenti di uno specchio rotto che il lettore deve ricomporre.
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