Delmastro, i guai con la carne e il manifesto gastro-patriottico dei serial griller di Meloni
“L'articolo analizza le dimissioni di Andrea Delmastro e critica la scelta della destra di privilegiare la carne bovina in un contesto gastronomico simbolico, evidenziando le implicazioni politiche di tali scelte.”
Addio cozze pelose, ostriche e aragoste, tradizionali correlativi gastronomici del successo politico. La destra al potere detesta i molluschi in tutti i sensi, a cominciare da quello letterale. Scacciati dalla tavola i flaccidi e financo femminei frutti di mare, mandati al confino nelle cenette galeotte a lume di candela, nel piatto del sovranista italico torna trionfalmente la carne bovina, il cibo che in Occidente è più tradizionalmente connesso alla forza maschile, dai buoi sacri indebitamente macellati dai compagni di Ulisse alla tartare degli Unni, dal manzo alla Wellington (Napoleone preferiva pollo o carne ovina: poteva finire diversamente, a Waterloo?) alla bistecca alta tre dita prediletta da Tex Willer.
L’ormai ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (foto Ansa).
Quel pedigree camorristico della sua socia Miriam Caroccia
È stato probabilmente l’entusiasmo nel mettere in pratica il verbo neo-carnivoro a spingere il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, che alla fine si è dimesso (e con lui la capa di gabinetto del ministro Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, quella che aveva definito i giudici «plotoni di esecuzione»), a non guardare tanto per il sotti…
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AGI Politica
