Nessun limite, nessuna colpa. Una riflessione sui fatti di Trescore e la grammatica dell’odio
“L'articolo riflette sulla violenza giovanile e sulla 'grammatica dell'odio', analizzando casi emblematici e le dinamiche sociali che li alimentano.”
Due storie mi tornano alla mente mentre i telegiornali raccontano la vicenda del ragazzo di tredici anni deciso a uccidere la sua insegnante di francese. La prima è quella di Anders Breivik, autore degli attentati di Utøya, in cui furono uccise 77 persone. La seconda è quella di Jamie Miller, il ragazzo al centro della serie Adolescence, raffigurato come un bambino divorato dal risentimento e dall’umiliazione per essere stato definito ‘incel’ dalla coetanea che lui gelidamente uccide. Una storia è reale, l’altra immaginaria, ma entrambe mettono in scena la stessa grammatica dell’odio: lucidità, freddezza, pianificazione, assenza di colpa e di limite.
A Bergamo non c’è nessun gesto impulsivo, nessun raptus che assolve la coscienza collettiva con una spiegazione sbrigativa: solo la decisione fredda di sopprimere colei che viene avvertita come causa del proprio male. Non importa che il torto sia reale, immaginato, ingigantito o del tutto fantasioso; ciò che conta è la sua cristallizzazione interiore. Il nemico prende forma, s’incarna e si definisce. Una volta edificato e divenuto lavagna di proiezione del proprio mal di vivere, lo si abbatte. Sia essa la ragazzina che umilia Jamie, l…
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