Il regime iraniano ha impiccato tre giovani come monito. Ma questo è odio, non giustizia
“L'articolo denuncia le esecuzioni pubbliche di tre giovani in Iran come un atto di odio e repressione da parte del regime, evidenziando la paura e la violenza che caratterizzano il sistema attuale. Si sottolinea come il coraggio di questi ragazzi sia stato punito con la morte, riflettendo la grave situazione dei diritti umani nel paese.”
A Qom il buio ha vinto ancora. Tre ragazzi, Mehdi Ghasemi, Saleh Mohammadi e Saeid Davoudi, sono stati impiccati. Tre anime giovani, tra i 19 e i 22 anni, cancellate in pubblico come monito. Ma non era giustizia. Non era legge. Era odio. Odio per la bellezza, per la vita, per quel bagliore negli occhi che non si piega. Non riesco più a chiamarlo “regime iraniano”. Chiamiamolo per nome, è un sistema che ha fatto del terrore il suo respiro e della morte la sua grammatica.
A Qom, quella che la propaganda chiama “città santa”, hanno inscenato un rituale antico e mostruoso. Le corde tese, la folla obbligata ad assistere, i corpi che si sollevano nel silenzio addestrato. Dietro ogni esecuzione c’è un messaggio: “Non potete sfidare il regime”. Sinceramente io leggo altro: “Noi oggi abbiamo paura”. Sì, perché solo chi è terrorizzato dalla luce sente il bisogno di spegnerla con tale violenza. Questi ragazzi avevano voce, avevano bellezza, avevano coraggio. E il coraggio, in Iran oggi, è considerato un crimine capitale.
Quel terrore non nasce da forza, nasce da impotenza. Il regime non sa più costruire, sa solo distruggere. Non governa, sopravvive. Vive di repressione, di confessioni estor…
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Repubblica Esteri